Arte senza critica

di Vittorio Sgarbi

 

Non mancavano di stupire a Spoleto la consonanza, la continuità, tra l’esplosione di forme e di colori negli oggetti di pura invenzione di Gaetano Pesce e le ceramiche, i mosaici, i disegni di Gillo Dorfles. Niente di strano, se gran parte delle opere di Dorfles non fossero state concepite, e anche da lui materialmente realizzate, negli ultimi due anni, e alcune poche settimane prima di essere esposte. Una singolare coincidenza, pur nelle diverse intenzioni estetiche che muovono i due artisti, ma in particolare un’affinità formale come conseguenza di un’incontenibile energia.

 

È forse questa la ragione per la quale Dorfles non si poteva contenere nella prevalente e riconosciuta attività critica alla quale ha dato non solo il contributo di studio e di ricerca, affiancandosi ad artisti che sentiva affini, ma anche, con formidabile sensibilità sociologica, seguendo le oscillazioni del gusto e fenomeni come il kitsch. E proprio per questa esuberanza Dorfles ha sentito sempre la necessità di stare anche dall’altra parte, di produrre conoscendo l’oggetto al quale applicare la critica. Così abbiamo testimonianza della sua ricerca artistica fin dagli anni Quaranta in una perseverante fedeltà al linguaggio astratto, informale, come espressione d’automatismo psichico, in cui si avvertono echi di Mirò, di Michaux, di Max Ernst.

 

Un flusso di forme che esprimono l’inconscio con una scrittura automatica. C’è dunque un Dorfles sotterraneo, prelogico, complementare a quello razionale che scrive, riflette, dà ordine alle altrui forme. Procedendo con gli anni questo Dorfles non può, e non vuole più, stare nascosto e ci chiede di guardarlo per capire meglio l’elasticità e la libertà della sua visione critica.

 

Non possiamo dubitare dell’interesse dei suoi esiti creativi perché c’è un tempo della vita in cui la necessità prevale sulla vanità.

E benché sia evidente che in Dorfles agisce oggi, come agiva un tempo, un estroso fanciullino, la sua vita, così piena e compiuta, ci impone non soltanto il rispetto, ma l’obbligo di capire le ragioni profonde di una così inevitabile urgenza.

 

Ciò che vediamo di Dorfles è spinto fuori, oltre la volontà critica che potrebbe frenare un impulso creativo incontrollabile. Per questo davanti alle opere di Dorfles sentiamo l’urgenza del vero. E dobbiamo assumerne l’interesse.

 

 

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