Odio i muri

di Andrea Pinketts

 

Un giorno, lontano nel tempo, ho visto un mulo. Era la prima volta che vedevo un mulo, era la mia prima volta con un mulo e non nel senso di un rapporto sessuale contronatura, se il mulo ci avesse provato lo avrei preso a calci in mulo. Se ci avessi provato Io, cosa ancor più contronatura, mi sarei, giustamente meritato di essere preso a calci dal mulo, pratica che pare appartenga alla natura del mulo. Io e il mulo ci siamo reciprocamente ignorati. L’incontro non è stato dei più importanti per la mia formazione artistica.

 

Un giorno lontano nel tempo, ho visto un muro e le cose sono andate diversamente.

 

Il muro è polifonico come ci insegnano i Pink Floyd, è policlinico, come abbiamo imparato prendendo a testate muraglie cinesi quando praticavo il Kung-Fu. In realtà si dice Kong fo ma per il pubblico occidentale Kung-Fu “suonava” più virile.

 

Ho pianto sul muro del pianto, ho limonato con una miss sul muretto di Alassio, ho stonato col muro del suono, ho fatto pipì sul muro di una stanza di albergo, perchè non trovavo la chiave elettronica per illuminare il sentiero per la liberatoria toilette, ho aggirato il muro di gomma, che mi separava dai riconoscimenti di cittadinanza artistica, ho scaraventato un cellulare contro il muro perchè ”il cliente da lei chiamato non è momentaneamente raggiungibile”.

 

Io odio i muri, preferisco i muli, o le mule di Trieste, però faccio delle eccezioni quando incappo nei muri di Maria Savino, perchè sono tele che umiliano la supponenza del muro. Sono opere aperte, in cui il muro ospita, generosamente, parole chiave, senza chiave elettronica.

 

Mi piace il colore cangiante e ad un tempo definitivo di Mutamento.

 

Mi piace il grigio violabile di Determinazione, mi piacciono la Passione, la Trasformazione.

 

Mi piace Confronto, mi piace Empatia e le sue parole sorelle che non elenco perchè è come se ognuna di loro fosse una sirena della Di-speranza. Attenzione: non le sirene che cantano per farti naufragare. No!

Queste sono le sirene che invitano a superare qualsiasi muro, per accedere a un luogo illuminato di umanità, in agguato dietro la facciata: il primo agguato salvifico nella storia dell’arte.

 

 

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